Tutti i figli di Babbo Natale
di Alessandro Mannina

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Che nascere il 25 dicembre sia un dono di Dio è tutto da dimostrare. O almeno così pensava Babbo Natale mentre tentava di indossare il costume che gli irritava la pelle facendolo sembrare una fragola ammuffita. Quella che doveva essere la sua stagione stava diventando uno spettacolo surreale.
Babbo Natale era sovrappeso e non si radeva da anni. Assomigliava a una di quelle guardie giurate che s’ingozzano di ciambelle, ma dopo quello che gli era successo non c’era da biasimarlo.
La sua stanza era un buco di dieci metri quadri, freddo e deprimente, con una microscopica finestra a ricordargli che il mondo lo stava aspettando. Più o meno. La verità è che stava invecchiando e ogni anno che passava il suo compito si faceva più faticoso.
Dall’altra parte del corridoio, gli elfi riposavano ammucchiati in due stanzoni, qualcuno canticchiando canzoni natalizie, qualcun altro fumando sigarette tenendo il tempo col piede. Ma a Babbo Natale, che lottava ancora col suo vestito, queste cose importavano poco. Non rimaneva molto tempo. Che gli piacesse o no, che le cose nella sua vita andassero bene o no, che fosse allegro o depresso, giovane o vecchio, aveva una missione e doveva assolverla, senza discussioni.
Servire un bene più grande. Essere Babbo Natale comportava delle responsabilità e non si sarebbe tirato indietro adesso.
Uno dei suoi aiutanti si fermò davanti alla porta e gli porse una scodella di minestra. Non ricordava che avessero una divisa così tetra. Babbo Natale non aveva fame, ma la prese lo stesso, ringraziandolo.

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Era stata una giornata dura. Più del solito. Si sentiva le ossa rotte e il collo indolenzito. Quella mattina si era svegliato di buon umore. Gli piaceva andare in un centro commerciale, piazzarsi vicino a un negozio di giocattoli e sentire le richieste dei bambini. I loro occhi si illuminavano quando lo vedevano, lo abbracciavano e gli chiedevano ogni genere di regalo. Molti bambini erano diffidenti, chiedevano se lui fosse il vero Babbo Natale, e Babbo Natale non poteva fare a meno di sorridere.
E poi c’erano i genitori. Poteva capire molto sul comportamento dei genitori dallo sguardo di un bambino. Da come si sedeva sulle sue ginocchia. Da come parlava. E molte, moltissime cose che vedeva non gli piacevano.
Neanche un po’.
Un bambino che aveva paura di essere toccato. Un altro che abbassava lo sguardo e si metteva a piangere. Un bambino che osservava i suoi, timoroso di commettere chissà quale peccato. Un altro che gli chiedeva una famiglia nuova perché papà e mamma erano sempre al lavoro o lo maltrattavano.
Babbo Natale, dopo anni di onorato servizio, aveva deciso di fare qualcosa. E quel qualcosa era il motivo per cui si ritrovava in quella stanza a sorseggiare minestra e a porsi domande scomode. Aveva trascorso una vita intera e forse più rispettando regole ben precise e all’improvviso aveva deciso di deviare dai binari. Era una questione di coscienza.
Sapeva che il suo comportamento sarebbe stato frainteso, ma ne valeva la pena. Quella voce nella sua testa – che, per quanto ne sappiamo, poteva essere quella di Dio in persona – lo tormentava da troppo.
Un elfo gli chiese se tutto andasse bene, ma lui non rispose. Era riuscito a indossare il vestito ed era quasi pronto per la Grande Notte. Le renne sarebbero arrivate presto.
Visto che la coscienza non smetteva di tormentarlo, Babbo Natale si era deciso a intervenire. Aveva preparato dei buonissimi biscotti al cacao con l’aggiunta di un ingrediente segreto e aveva chiesto a un suo elfo di distribuirli ai genitori più meritevoli mentre era con i bambini. Scegliere i genitori non era stato difficile: raramente il suo istinto lo tradiva. E tutti i papà e le mamme di questo mondo non potevano rifiutare un dolcetto offerto da Babbo Natale in persona. Un regalo davvero speciale.
Così, mentre chiacchierava con i suoi amati bambini, i genitori s’ingozzavano di biscotti al cacao, felici e appagati. L’albero scintillava, immerso nelle sue luci intermittenti, e tutti erano contenti.
Quasi tutti.
Un aiutante bussò alla porta e lo avvertì che mancava poco per uscire. Le renne lo aspettavano di fuori, intinte in un candore nevoso. Babbo Natale gli fece un cenno. Era pronto. Avrebbe distribuito ancora una volta gioia e festosità in un mondo che ne aveva disperatamente bisogno. Era qualcosa per cui valeva la pena battersi. Perfino perdere.
Il bene e il male sono concetti davvero relativi.
Pochi minuti dopo aver offerto biscotti a genitori meritevoli, c’era stato un assalto ai bagni pubblici che, grazie al cielo, in quel centro commerciale abbondavano. Chi era rimasto sprovvisto di toilette aveva ripiegato in fretta e furia su un angolo del parcheggio o un cespuglio improvvisato. Il centro commerciale era stato costretto a chiudere finché l’allarme non era rientrato.
Non c’era voluto molto prima che qualcuno andasse da Babbo Natale e facesse due più due. E, se non fosse stata dannatamente seria, la scena in cui Babbo Natale veniva ammanettato e portato via (rischiando di essere linciato dai genitori inferociti e disidratati, alcuni dei quali erano piegati in avanti e si tenevano lo stomaco) sarebbe stata perfetta per una farsa in costume.
La porta della stanza si aprì e un aiutante di Babbo Natale gli fece cenno di seguirlo. Solo che la stanza non era una stanza qualunque, ma una cella minuscola e sporca. E l’aiutante di Babbo Natale non era un aiutante di Babbo Natale, ma una guardia che squadrò il suo vestito malconcio con aria divertita.
«Andiamo, eroe, sei libero. Per stavolta. La denuncia è stata ritirata.»
Passò accanto alle altre celle, e gli elfi lo salutarono. Solo che gli elfi non erano elfi, ma altri detenuti.
«La prossima volta che ti salta in mente di mettere il lassativo nei biscotti finisci al fresco per davvero.»
Il lassativo di Babbo Natale aveva il potere di farti diventare uno stretto confidente del bagno per un tempo che appariva infinito. Magari qualche genitore avrebbe avuto l’opportunità di mettere in discussione la propria vita. Quale occasione migliore? Di sicuro la posizione stimolava l’introspezione.
«Perché diavolo l’hai fatto?»
Molto, moltissimo tempo fa, quando aveva iniziato la sua missione, Babbo Natale aveva in mente una sola, semplice regola: pensare al bene dei suoi figli. Ovvero di tutti i bambini. Tutti. Col tempo aveva dimenticato quel giuramento, dandolo per scontato.
Adesso la sensazione di aver ritrovato un frammento mancante della sua anima era così forte da travolgerlo. Era quasi il 25 dicembre ed era quasi il suo compleanno. Dio, se era vecchio. Stavolta sarebbe stato un giorno che meritava di essere festeggiato.
Il portone si aprì con un rumore rugginoso e i due si ritrovarono all’aperto, mentre una neve soffice e tempestiva riempiva il mondo di un’ingenua e genuina pulizia. Le renne lo stavano aspettando. Solo che le renne non erano renne, ma un taxi bianco. Non importava. Quando Babbo Natale era piccolo, molto piccolo, suo padre – che potremmo chiamare Nonno Natale – non era per così dire un grande sostenitore delle festività natalizie. A dirla tutta non era un grande sostenitore neppure della famiglia.
«L’ho fatto per i miei figli» disse Babbo Natale scrutando il cielo. «Per tutti i figli di Babbo Natale.»
Sorrise e sparì nell’oscurità della Grande Notte, senza lasciare impronte dietro di sé.
E nessuno lo vide mai più.

Alessandro Mannina 

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