Respice post te. Hominem te memento: Marta Moi alla XII Biennale di Roma

Marta Moi espone alla XII BIENNALE D’ ARTE INTERNAZIONALE di Roma dopo la fase preselettiva curata da Ilaria Giacobbi, per Morsi d’ Arte, che l’ ha vista protagonista con un’ opera che omaggia la città eterna.

Fino al 29 gennaio in esposizione presso le Sale del Bramante.

 

Marta Moi nasce nel 1983 e vive a Busachi, suo paese d’origine, dove risiede e opera. La sua passione per il disegno la accompagna fin da bambina, quando manifesta l’inclinazione per il figurativo e l’attenzione al particolare. Si laurea nel 2008 al corso di Decorazione dell’Accademia delle Belle Arti di Sassari, dove matura il proprio stile pittorico osservando in particolar modo i pittori caravaggeschi, ai quali deve lo studio compositivo e cromatico e chiaroscurale delle opere che realizza. Insegnante di Arte e Immagine nella scuola secondaria di primo grado, si è occupata principalmente di ritrattistica, focalizzando i suoi sforzi nella cura dei colori e dei dettagli, identificabili anche nelle diverse pitture murali di cui e’ stata realizzatrice e co-autrice. Ora più che mai ritorna vivo il suo percorso artistico e la propria ricerca personale, spesso “ritraendo” soggetti del mondo animale a cui dona un carattere e un sentimento, un’anima umana. Volge lo sguardo al mondo chimerico e impenetrabile degli abissi marini popolati da inesplicabili sirene, tesori arcaici e intimi scenari che riportano costantemente alle solide radici della sua Terra Madre.
Nei suoi lavori non è raro percepire il richiamo alle simbologie utilizzate nell’arte Rinascimentale e Seicentesca, compresi i Memento Mori.

Respice post te. Hominem te memento.
Guarda dietro a te. Ricordati (che sei) un uomo.

Un titolo, un monito, un epitaffio:
Dall’ antica Roma ad oggi, attraverso i secoli, da sempre (e per sempre) l’ uomo confronta il suo essere finito nell’ infinito.

Marta Moi realizza un’ imponente e maestosa opera che nel titolo rimanda ad un concetto “sacro” nell’ antica Roma, quando i generali rientravano da un trionfo bellico e di questo si compiacevano veniva ripetuto loro “non farti sopraffare dalla superbia, non cedere alla vanità dell’ anima. Sei un uomo e quindi ricordati che devi morire”: MEMENTO MORI.

Il gallo, simbolo di positività, iconograficamente rappresentato sin dal VI secolo a.c su monete e ceramiche già nell’ antica Grecia, fu associato al culto di Hermes-Mercurio e consacrato ad Esculapio, dio della medicina nel tempio di Epidauro, poiché gli venivano attribuiti influssi benigni in grado di contrastare il male.
Uccello simbolo di luce che col suo canto profetizza il giorno, il trionfo della vita sulla morte (in Oriente è stato assimilato simbolicamente alla Fenice che dalle ceneri sempre risorge) conserva, attraverso i secoli, le sue valenze simboliche ereditate da culture lontane (nel tempo e nello spazio).
Sin dall’antichità precristiana alla voce del gallo è stato riconosciuto il potere di allontanare le tenebre e, in tempi cristiani, alcuni hanno creduto che il suo canto mettesse in fuga i demoni della notte e le potenze dell’inferno, la (ri)nascita del giorno come metafora della Resurrezione del Signore. In questo trionfo della luce sulle tenebre il canto mattutino del gallo simboleggia la voce di Cristo giudice che alla fine dei tem¬pi darà il segnale della resurrezione dei morti.

L’ uccello, antropomorfizzato, è collocato al centro della tela che sembra essere una pala votiva, soggetto di un dipinto che, in apparenza, sembra palesare una dicotomia insita: l’ artista sceglie di omaggiare Roma attingendo al concetto romano del Memento Mori, rimarca così la finitezza dell’ essere uomo ma poi supera il concetto pagano della morte terrena inneggiando alla (ri)nascita continua.

“Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi”

Il Gallo, impera trionfante al centro della tela, la sua figura si staglia da un fondo che sembra essere un’ astratta configurazione di energia, di nuvole, una massa di densi vapori dalle cromie calde (nelle sfumature dal giallo al marrone). Il soggetto diventa didascalia del sacro ( l’ artista pone un teschio ed un rosario come suo corredo iconografico) ma la differenza di scala con il reale rompe gli schemi e le convenzioni, domina la tela: “Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio”, sovrasta una macchina a testimonianza del procedere della vita, dal buio verso la luce… dalla fine ad un nuovo principio.. perché πάντα ρεί.

L’ artista altera le coordinate spaziali, utilizza il colore come strumento che rimarca la transitorietà della vita dell’ uomo, il senso di un insieme indistinto di energia calda (il fondo dato dalla stesura e dalla fusione di cromie calde) si combina con la restituzione dei dettagli figurativi e dei particolari narrativi.

Marta Moi sintetizza, visivamente, lo spiritualismo di culture diverse e lontane (nel tempo e nello spazio), indaga l’ essenza dell’ essere uomo e ce ne restituisce la metafora del suo incedere dal buio alla luce. In questa vita e oltre la morte del corpo.

Testo critico

Ilaria Giacobbi

 

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