Andy Warhol. “Pop Art è amare le cose”.

Andy Warhol
Andy Warhol

Nella seconda metà del Novecento un concetto di “realtá” più complesso rispetto al passato si pone a fondamento della creazione e della comprensione dell’opera d’arte; persa ogni certezza di realtà univoca e superata la necessità della sua “rappresentazione”, l’artista si volge al concetto di “evento”.

Sulla strada aperta da Duchamp, si sviluppa così una concezione dell’arte sempre più mentale e sempre meno vincolata alla rappresentazione del reale.
L’ espansione economica del dopoguerra, il consumismo, le guerre in Corea e Vietnam, la logica ossessiva invadente dei mass-media e l’anticonformismo caratterizzano la cultura americana degli anni 50 e 60, riflettendosi nelle ricerche degli artisti più acuti e inclini alla sperimentazione.

Agli inizi degli anni 60 negli USA esplode il fenomeno della Pop Art che si caratterizza per la tendenza ad utilizzare i materiali visivi e gli oggetti legati al mondo della popolar culture, con una particolare predilezione per la scena urbana, spazio privilegiato della produzione e del consumo di immagini su vasta scala.

Utilizzando tecniche di derivazione dada e surrealista (il collage l’assemblaggio, l’inversione o l’ingrandimento delle scale proporzionali, e ispirandosi al mondo della popolar imagery) , gli artisti pop spostano nella sfera alta e nobile della pittura colta elementi bassi e banali derivati, o più decisamente copiati, dal mondo della pubblicità, della televisione, del fumetto. Quello che ne risulta è un linguaggio apparentemente semplice ma estremamente efficace e di grande comunicativitá, sostenuto da un’iconografia accattivante e di facile lettura, piena di richiami alla vita e all’immaginario collettivo, palesi sono i richiami alla sfera del consumismo, al mondo dello sport e dello star system.

Andy Warhol (1928 – 1927) si colloca all’interno di questo contesto artistico, giunge all’arte dal mondo della grafica e della comunicazione pubblicitaria.

Dopo alcuni anni di esperienze professionali in campo pubblicitario come vetrinista e graphic designer, nel 1960 esordisce con delle opere che vanno ad indagare i meccanismi della manipolazione pubblicitaria, come se operasse una lucida apologia del mondo degli oggetti cosiddetti popular.

Dick Tracy, Andy Warhol, 1960
Dick Tracy,
Andy Warhol, 1960

Una delle sue prime creazioni di rilievo è Dick Tracy (1960), che appartiene al periodo in cui l’artista esegue dipinti a mano su tele mistificate e intelaiate con colori acrilici, vernici plastiche ad acqua. Ancora non possiamo parlare di pop art vera e propria ma di un avvicinamento all’arte di Liechtenstein e quindi al mondo dei fumetti e dei cartoons.

Marilyn Monroe   91,5 x 91,5 cm  Andy Warhol Foundation New York.
Marilyn Monroe
91,5 x 91,5 cm
Andy Warhol Foundation New York.

Va sottolineato che nell’assumere le modalità tecniche e linguistiche della cultura di massa, Andy Warhol, non intende criticare o fare una parodia della società dei consumi bensì utilizzarle e valorizzarle per una comunicazione più efficace, incisiva e decisamente moderna. L’artista opera mettendo in atto due procedimenti distinti: l’ isolamento dell’immagine e la sua ripetizione in serie. Un esempio celebre della prima modalità è costituito dall’opera più famosa dell’artista, la riproduzione seriale dei ritratti dedicati a Marylin Monroe (1967).
È palese, quindi, che Andy Warhol attinge dall’immaginario collettivo: infatti comincia ad occuparsi della Monroe già nell’agosto del 1962, subito dopo la sua tragica e misteriosa scomparsa, quasi avesse intuito l’alto valore simbolico della vita e della violenta morte dell’attrice. Contribuisce a costruirne il mito realizzando l’immagine icona che contribuirà a consegnarla alla leggenda. Ma, probabilmente, è anche un’esperienza infantile che segnerà l’immaginario del giovane Andy Warhol e che, per tutta la vita, lo accompagnerà: durante un lungo periodo di malattia, che lo costringe a letto per mesi, l’artista si distrae osservando e disegnando le icone votive appese dalla madre ai muri della sua stanza.
Dal kitsch religioso, passando per la scoperta della serigrafia, all’ approdo alla Pop Art: con Andy Warhol assistiamo ad un processo di riproduzione artistica che sopprime ogni carattere individuale e soggettivo dell’artista assimilandosi alla logica meccanica e produttiva dell’industria. A partire dal 1962 abbandona la pittura a olio e inizia ad operare con i colori acrilici applicati alla tecnica serigrafica (derivata dai processi industriali) in cui l’intervento emotivo ed individuale dell’artista è ridotto al minimo (sono di questi anni le repliche a grandezza naturale in legno serigrafato di confezioni di detersivo Brillo o di altro scatolame).

Nel 1963 fonda a New York la Factory, sede della sua diversificata attività artistica in cui viene fatta pittura, fotografia, design, illustrazione, cinema e video: una sorta di grande bottega medievale nella quale opera con collaboratori e allievi.
Fino al 1968 l’attività di Andy Warhol nella Factory è incessante e multiforme: dalle esperienze videomusicali con il gruppo dei Velvet Underground all’attività cinematografica, che lo porta alla realizzazione di alcuni film voyeuristici sui comportamenti quotidiani ma, soprattutto, del cult movie Trash alla fondazione di Interview, una rivista dedicata alla cultura e al gossip di settore.

Sono gli anni Settanta quelli che vedono Andy Warhol protagonista assoluto della scena artistica, al quale va riconosciuto il merito di essere stato anche un grande stratega commerciale, ad esempio nell’uso della ritrattistica di personaggi famosi come maggior fonte di introiti: realizza ritratti di Mao, Mick Jagger, Lienin. Nell’ultimo periodo della sua vita sposta la sperimentazione su fronti più estremi, utilizzando materiali diversi: nella serie Oxidations usa i più disparati come cioccolata, urine, marmellata di fragole e sperma. Interessanti per il loro fascino ambivalente sono il lavoro astratto  Shadows alla fine degli anni Settanta, la serie dei Rorschach degli anni 80, la Gioconda, e L’ Ultima Cena, opere monumentali sul tema della secolarizzazione dell’immagine attraverso la riproduzione pubblicitaria. Andy Warhol muore a New York nel 1977 in seguito ad un intervento alla cistifellea in circostanze che sono state oggetto di inchiesta giudiziaria.

Andy Warhol,  Rorschach, 1984
Andy Warhol,
Rorschach, 1984

Pochi mesi prima della sua morte aveva scritto: “In fondo, cos’è la vita? Ti ammali e muori. Tutto lì. Perciò non devi far altro che tenerti occupato”.

Ilaria Giacobbi 

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