Dalla nozione di “cose d’arte” a quella di “beni culturali – testimonianza materiale avente valore di civiltà ”.
La Sardegna pre nuragica nelle opere di Mariarosaria Spina: un’ analisi demo/etno/antropologica.

Mariarosaria Spina - dettagli opere -
Mariarosaria Spina – dettagli opere –

Il cacciatore nomade, primordiale, appartenente ai primi uomini preistorici, così come l’uomo odierno, colto e postmoderno, entrambi spinti dalla e nella stessa ricerca del concetto di entità visiva superiore.
Incitati da misteriose e potenti forze interiori che in qualche modo ancora oggi ci rapiscono. Inebriati dal segno pittorico nel tempo e per il tempo stesso.
Proiettati entrambi verso un grande e inarrestabile cammino che iniziato millenni fa non è ancora (forse) interamente compiuto.

Gli oggetti di cui si occupa l’antropologia dei patrimoni culturali ha, internazionalmente, varie denominazioni (patrimoine culturel, cultural heritage). In area italiana è tradizionalmente prevalsa l’espressione “beni culturali di interesse” tra i
ricercatori che si occupano in ordine, di quegli strati della popolazione che sono espressione di una cultura eminentemente contadina e rurale di origine preindustriale, dei popoli extraeuropei anch’essi in una condizione di transizione tra un passato arcaico ed un presente caratterizzato dall’invasività dei modelli occidentali ed industriali, dello studio degli effetti di questi cambiamenti, della complessità culturale e delle molteplici, contraddittorie dinamiche che ne derivano.image
DEA sta dunque per “demo-etno-antropologico” aggettivo che, associato al termine “bene”, definisce i segni, le tracce, gli oggetti, i prodotti che sono espressione e patrimonio della cultura, antropologicamente intesa, di una popolazione.
La tradizione disciplinare antropologica dunque, ci tramanda tutta una serie di oggetti e una classificazione di gruppi umani su cui far ricerca, e che quindi vanno a costituire il patrimonio dei beni DEA in questione.

Si riconoscono come “beni demoetnoantropologici” tutti quei prodotti culturali, materiali e immateriali, che non appartengono alla “tradizione euroccidentale culta” dominante e attengono ai gruppi sociali portatori di “tradizioni” localizzate, socializzate e condivise presenti nei diversi contesti europei ed extra-europei. Tali attività e prodotti, nei quali si riconoscono le tracce specifiche, tangibili, simboliche ed identitarie delle differenti culture, testimoniano delle attività culturali passate e attuali, osservate in modo sincrono attraverso il rilevamento sul campo.

Dalla nozione di “cose d’arte” a quella di “beni culturali – testimonianza materiale avente valore di civiltà ”.
La Sardegna pre nuragica torna a prendere vita nelle opere di Mariarosaria Spina ed ecco che si giunge ad un’ analisi demo/etno/antropologica. L’ evoluzione pittorica dell’ Artista, il suo stile, e i soggetti dei suoi quadri “sconfinano” nell’ Antropologia Culturale della Sardegna per il forte legame, che si evince da ogni singola opera, con questa Terra ricca di storia, cultura e tradizioni. Tutto questo anche alla luce degli ultimi ritrovamenti archeologici della popolazione degli Shardana.

Mariarosaria Spina - dettagli opere -
Mariarosaria Spina – dettagli opere – le sue opere sfociano  Antropologia Culturale della Sardegna per il forte legame, che si evince da ogni singola opera, con questa Terra ricca di storia, cultura e tradizioni. Tutto questo anche alla luce degli ultimi ritrovamenti archeologici della popolazione degli Shardana.

“ (…) Per quanto riguarda il sublime possiamo affermare che, per il fatto di poterlo solo pensare, dimostra una facoltà dell’anima superiore.” E Il sublime nelle opere di Mariarosaria Spina si trasforma in proposizioni linguistiche formulate negli esiti della sua attività creativa, intesa quale traguardo comunicativo ed espressivo in surrogabile, nella sua specifica concretezza linguistica, di una conoscenza mistica dell’ antico passato. La personalità individuale dell’artista emerge nella sua elaborazione linguistica specifica, in termini cioè di dinamica evolutiva del linguaggio visivo nei tempi e nei luoghi in cui crea..
Le opere d’arte di Mariarosaria Spina infatti risultano esattamente una manifestazione personalizzata del suo pensiero realizzato in termini di linguaggio visivo. Di una dimensione di pensiero che nella propria compiuta consistenza si manifesta dunque, e perciò esiste, soltanto attraverso la sua determinata configurazione di costrutto linguistico visivo. Quanto ricostruisce attraverso le singole opere è l’impianto comunicativo ed espressivo di tale specifico pensiero visivo. Osservando le opere di Mariarosaria Spina ci rendiamo conto che tutto ciò non risulta essere episodico e occasionale, invece, palesemente organico e complesso, attraverso appunto la riconnessione processuale immaginativa.

Mariarosaria Spina - dettagli opere -
Mariarosaria Spina – dettagli opere –

Da ogni dipinto si evince che non si può distaccare la personalità dell’artista da una pertinenza di contesto: si rischia di perdere la valenza poetica immaginativa dell’opera stessa, e del suo linguaggio, altrettanto che della creatività del suo autore.
Mariarosaria Spina è un’ artista che si presenta come una concreta entità storico/artistica di “essere e di operare” in factis entro un contesto storico/culturale specifico, localizzato dunque nel tempo come nello spazio, per quanto estensive ne possano comunque risultare, nel suo caso, le coordinate. Sembra dialogare, direttamente o indirettamente, con il passato, il presente e il futuro sublimando così sulla tela la contingenza pragmatica, storica in mera e atemporale poesia.

Mariarosaria Spina - dettagli opere -
Mariarosaria Spina – dettagli opere –

Il contesto stesso, la Sardegna, è anzitutto un tessuto culturale specifico di individuali determinazioni linguistiche configuratisi immaginativamente nelle relative opere dell’artista. Impensabile scinderla dal suo specifico contesto operativo storico culturale.
Mariarosaria Spina usa un linguaggio che naturalmente ha una propria oggettiva storicità di localizzata condizione storica, riesce a muovere il proprio fare con una intenzione di rompere con qualsiasi esistente dimensione di specifico linguaggio: il suo stile rappresenta un UNICUM, che sembra essere approdato al massimo della sua evoluzione.
I colori ricordano quelli della sua meravigliosa terra, la Sardegna, scaldata dal sole con quel calore che arriva a penetrarti fino all’interno: una predominanza di marrone squarciato dal giallo nel sue varie sfumature, steso con una pennellata ondulatoria che rimanda al profumato vento sardo. Le figure antropomorfe presenti in ogni dipinto sembrano provenire dalle pitture murarie degli antichi uomini preistorici: sagome, profili, volti, presenze divine, attributi iconografici, che appartengono ad una dimensione altra, quasi onirica. L’archeologia nuragica, la cultura della Dea Madre, lo studio delle figure apotropaiche “Facies” vengono trasferiti sulla tela come fossero splendide visioni: Mariarosaria Spina è una ricercatrice dell’ antichissimo popolo degli Shardana

Mariarosaria Spina - dettagli opere -
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Da notare, infatti, come le figure e i soggetti dei dipinti di Mariarosaria Spina, sembrano inserirsi pienamente nel contesto delle raffigurazioni schematiche della Sardegna prenuragica scoperte a partire dagli anni ’60.

La definizione, d’uso nel linguaggio corrente, di beni culturali – come prodotto materiale della cultura dell’essere umano, contrapposto al bene naturale offerto dalla natura – è il punto di approdo di un lungo e laborioso cammino.

Per beni culturali (o cose storiche e d’arte, secondo la terminologia in uso prima del secondo dopoguerra) si è soliti indicare l’insieme delle cose materiali che, per particolare rilievo storico, culturale ed estetico, sono di interesse pubblico (perchè destinate al pubblico godimento) e connotano una comunità umana o un’istituzione, di regola stanziata in un territorio o comunque con sede espositiva in un luogo.

Il moderno concetto di bene culturale – e per bene si vuole intendere un “valore” (storico o artistico) e non (solo) un “valore monetario” – si riferisce sempre a un “manufatto” o, in generale, a una produzione di cultura o a un documento della memoria di un gruppo sociale, che si vuole dedicare e conservare alla pubblica e visibile fruizione diretta (al di là , quindi, della fruizione delle sue riproduzioni, digitali o non).
Dietro la fin troppo vasta nozione di bene culturale si nascondono innanzi tutto le opere d’arte, (che si tratti di monumenti, dipinti o sculture e architetture); ed inoltre tutta quella quantità di manufatti e documenti che, al valore estetico, aggiungono quello storico-documentario. Opere prodotte dall’uomo, quindi, che appartengono alla cultura e alla collettività, ne sono testimonianza storica e strumento di educazione (storica ed estetica) e sono per questo oggetto di tutela.
Opere che sono selezionate in base a valutazioni di tipo scientifico (relativamente universali e stabili nel tempo, ma pur tuttavia unilaterali e derivate da una cultura dominante) e che esprimono valori irriproducibili e irripetibili della società di cui sono emanazione (sono, quindi, un unicum).
La terminologia e la scansione delle disposizioni normative adottate dal Codice dei beni culturali rappresenta una istanza di reductio ad unitatem di diversificate nomenclature; ed esprime anche una spinta concettuale alla considerazione il più possibile coordinata, se non effettivamente unitaria, della materia.
Il riferimento al valore culturale segna, in ogni caso, l’abbandono della concezione estetizzante, che è alla base della legge n. 1089 del 1939, e l’assunzione di una concezione storica (e antropologica).
Ma l’assunzione normativa della dizione beni culturali in luogo di cose d’arte e storiche non è solo una questione estrinseca e terminologica, poiché sotto queste due diverse espressioni, o modi di indicare questo settore (coordinato, se non concettualmente unificato in una effettiva unica categoria giuridica), stanno accezioni ben diverse, per non dire opposte, dell’oggetto di questa materia e dell’ intervento pubblico.
La nozione tradizionale dell’oggetto di questo complesso di disposizioni legislative, incentrato sugli oggetti o le cose d’arte o storico-artistico, reputa essenziali le connotazioni della materialità (cose, secondo la definizione del giurista romano Gaio, que tangi possunt, che possono essere toccate) e della normatività (si deve trattare di tipi o serie di cose nominate da norme di legge). Si tratta di un’accezione tradizionale (storico-estetica) di cultura, dai caratteri esclusivi e ristretti, di originaria e irripetibile creazione artistica dello spirito umano e individuale.

Il bene culturale è, come si è detto, una cosa materiale (“manufatto” o “documento” della “memoria” o identità di un gruppo sociale”) che – anche nel contesto della Convenzione Unesco del 1972 sul “patrimonio dell’umanità” – sembra contrapporsi alle bellezze naturali e paesistiche (alla coppia bene culturale/ bene naturale corrisponde la coppia patrimonio culturale/ patrimonio naturale).
Ma nella stessa normativa convenzionale dell’Unesco si ritrova (Convenzione di Parigi, 2003) il patrimonio culturale “immateriale”, in stretta interdipendenza con il patrimonio culturale “materiale” (che è quello della codificazione italiana).
Per patrimonio culturale “immateriale” la normativa internazionale non intende quelli che, dal punto di vista del diritto civile, sono detti beni immateriali- opere dell’ingegno (certamente espressione fondamentale della cultura di un popolo e dell’umanità), sebbene gli usi, le rappresentazioni, le espressioni, i comportamenti che le comunità trasmettono di generazione in generazione e che determinano un sentimento di identità e di continuità.

Un’ analoga nozione estesa di patrimonio culturale, comprensiva delle “tradizioni popolari” e del “folklore” e connotativi delle identità culturali di comunità regionale o locale si rinviene nella legislazione regionale italiana:
– Liguria: art. 2, lett. g del nuovo Statuto e l.r. n. 32 del 1990;
– Molise: l.r. n. 9 del 1997 e n. 19 del 2005 (patrimonio culturale immateriale: etnologico, sociale, antropologico, produttivo);
– Puglia: art. 2 nuovo Statuto (tradizioni regionali);
– Sardegna: l.r. n. 14 del 2006 (patrimonio culturale materiale e immateriale).

I beni DEA si riflettono, da un lato, nelle collezioni museali storiche di carattere nazionale (italiane, europee, extra-europee), dall’altro lato nei musei locali, nelle documentazioni conservate presso gli archivi audio-visivi e soprattutto sul territorio, dove essi appaiono come parte integrante della vita stessa della comunità che li esprimono e li producono. Nel loro complesso, i beni DEA riguardano una molteplicità di attività e prodotti materiali mobili e immobili (abitazioni e arredi, abbigliamento, attrezzi da lavoro, mezzi di trasporto e di comunicazione, oggetti d’uso comune e rituale, strumenti musicali, etc.) e immateriali (cerimonie, riti, feste sacre e profane, musiche e canti, danze, poesie, fiabe, miti e leggende, proverbi, giochi, memorie, storie di vita, dialetti e parlate, saperi, pratiche, etc.). La componente immateriale, da un lato, consente di attribuire pieno significato ai beni DEA mobili e immobili, che altrimenti resterebbero inconoscibili, e al tempo stesso individua una categoria di beni in sé, sicuramente specifica di questo settore del patrimonio culturale, che può essere in varia misura connessa con le produzioni materiali oppure da esse del tutto slegata.

Dunque è necessario tentare di salvare le espressioni folklorico-identitarie in modo da trasmetterle alle generazioni future e conservarne la memoria storica collettiva –art. 7/bis (introdotto all’interno del corpus normativo del Codice dal D.Lgs. n. 62/20082) e l’art. 10 del predetto Codice. –

L’UNESCO, riunitasi a Parigi dal 3 al 21 ottobre 2005, in occasione della sua XXXIII sessione, ha emanato la Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali, un testo di matrice spiccatamente culturale ma con risvolti anche in campo economico, che mira a riaffermare l’importanza del legame tra cultura e sviluppo per tutti i paesi, in particolare quelli in via di sviluppo, e incoraggiare le azioni a livello nazionale e internazionale affinché sia riconosciuto il vero valore di tale legame” (da qui il collegamento con l’ambito economico), poiché l’UNESCO è “convinta che le attività, i beni e i servizi culturali abbiano una duplice natura, economica e culturale, in quanto portatori d’identità, di valori e di senso, e non debbano pertanto essere trattati come dotate esclusivamente di valore commerciale.

L’Italia ha aderito ad entrambe le Convenzioni e, con le Leggi nn. 19/2007 e 167/2007, alla loro ratifica ed esecuzione. Inoltre il Ministro per i Beni e le Attività culturali nella XV legislatura ha provveduto, in attuazione delle due Convenzioni e, in particolare, della Convenzione del 2003, a nominare un Comitato scientifico con il compito di “stimolare un interesse più allargato intorno alle tradizioni”, di “favorire l’approfondimento delle conoscenze” e infine di “promuoverle come fattore di attrazione e ulteriore caratterizzazione dell’offerta di turismo culturale del nostro Paese”.

Alla luce di quanto esposto fin’ ora va preso in considerazione l’art. 148 del D.Lgs. 31 marzo 1998 n. 112, che vuol riordinare la distribuzione di funzioni e compiti amministrativi tra Stato e Regioni, azzarda le seguenti definizioni:
“a) “beni culturali”, quelli che compongono il patrimonio storico, artistico, monumentale, demo etno antropologico, archeologico, archivistico e librario e gli altri che costituiscono testimonianza avente valore di civiltà così individuati in base alla legge.

Se pertanto non possono sussistere dubbi sul fatto che uno strumento da lavoro – un fuso, un arcolaio, un aratro –, in quanto rappresentativo di un mestiere, di un momento produttivo o di una classe di produzione, vada schedato proprio in funzione di questi suoi specifici attributi utilizzando il modello di rilevamento BDM (Beni demoetnoantropologici materiali), per altre espressioni materiali di civiltà, il confine non si configura altrettanto precisamente circoscritto, tant’è che spesso i medesimi beni vengono ritenuti appartenere al dominio degli storici dell’arte e parimenti a quello dei demoetnoantropologi, e ciò in relazione all’approccio con cui ci si pone nell’atto della catalogazione e alle proiezioni formative individuali che, inevitabilmente, le diverse figure professionali sono indotte a trasferire sull’oggetto della ricerca. Lo stesso si può affermare per la catalogazione di certi arredi fissi o elementi architettonici caratterizzati anche da specifici requisiti artistici – portali, rosoni, finestre, capitelli – per i quali la funzione strutturale risulta strettamente connessa con quella plastico-decorativa, creando di fatto un campo di indagine speciale per cui non sono stati ancora elaborati strumenti di indagine appropriati al fine di valorizzare adeguatamente i nessi tra le due componenti sicché, allo stato attuale, essi vengono general- mente trattati dagli storici dell’arte alla stregua di un manufatto scultoreo.
Anche se dunque un documento iconografico quale una stampa o una foto possono convogliare significati e messaggi di natura demoetnoantropologica, soprattutto in relazione al contenuto figurativo, il modello di indagine resta pur sempre quello predisposto in funzione delle proprietà tecniche e tipologiche del bene indipendentemente dalla portata del documento nel quadro della cultura popolare; molte altre testimonianze, invece, vuoi per la raffinatezza del manufatto, vuoi per il valore “storico” di esso, vuoi per una sua derivazione colta, possono rientrare, a giusto titolo, nel settore della catalogazione dei beni mobili storici artistici per la sostanza e la configurazione dell’oggetto stesso; ciò vale soprattutto per certi modelli di artigianato e per il settore della cosiddetta religiosità popolare.

Lo sbiadimento, la scomparsa o la riformulazione e la rifunzionalizzazione di un patrimonio di conoscenze e di manufatti originari di contesti rurali, marinari e alpini preindustriali, mentre da un lato riconduce alla necessità di elaborare strategie interpretative atte a leggere tali cambiamenti e tali riformulazioni entro una cornice che è quella del multiculturalismo, del “glocale” e di sempre più rapidi processi di ibridazione culturale, dall’altro impone, spesso nell’ottica della conservazione e della museificazione, di attivare campagne e procedure di ricerca, raccolta, catalogazione, classificazione e quindi esposizione della vasta congerie di oggetti, espressioni passate di attività lavorative, rituali e culturali di cui altrimenti si perderebbe traccia.

Al di là del problema dell’inclusione delle tradizioni popolari (locali) nei beni culturali sussiste però – incentrato nella concezione di patrimonio culturale come insieme sia di opere d’arte, monumenti, strumenti scientifici o reperti storici sia dei significati simbolici che la comunità attribuisce loro (e non come mero insieme di oggetti espressione artistica o traccia storica, ad un tempo “testimonianza di civiltà” e “tesoro” economicamente valorizzabile) il più ampio problema dei prodotti della cultura e della vita storica di una comunità umana.
Il significato profondo di patrimonio culturale diviene, allora, quello dell’azione (individuale e collettiva) di conservazione delle memorie di una comunità o dell’umanità intera, mediata negli oggetti (“patrimonio culturale materiale”) o estrinsecato in opere letterarie e in espressioni della tradizione (“patrimonio culturale immateriale”).
Quest’ultima accezione bicipite del termine patrimonio culturale deve essere vista come identitaria specificazione della più ampia e globale nozione di cultura e di prodotto culturale che, per sua natura, tende a superare il connotato della diversità per indirizzarsi al carattere della universalità.

Ilaria Giacobbi

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