IL CAPPELLO A CILINDRO:

POEMETTO MA NON TROPPO.

SEBASTIANO A. PATANÈ  – FERRO
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(…) i passeggeri ti chiedono sempre qualcosa
a cui non vuoi rispondere e a loro
non basta un cenno col capo
forse s’aspettano che dal cilindro
tiri fuori qualcosa di spettacolare
un dono che magari
non svanisce alla fine dell’illusione (…)


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ce l’avevo un cappello magico
ma non ne uscivano colombe
o coniglietti bianchi (come faranno poi…)
da quel cappello venivano fuori occhi
senza pesi o vaneddi oscuru, occhi d’amore
che sparivano dietro il sipario
pronti a tornare per un’altra performance (…) 

“Per gli Scolastici, in primis Tommaso d’ Aquino, solo gli angeli possiedono un linguaggio privo di parole, di simboli, di concetti, a loro infatti non servono segni per rinviare a esperienze, perché a queste attingono direttamente; per noi umani occorre invece la mediazione dei segni, al di fuori dei quali le esperienze risultano inesplicabili e informi, inattingibili”

La parola mi dà ciò che significa ma prima lo sopprime (…). Il senso della parola esige, dunque, come prefazione ad ogni parola, un’immensa ecatombe (…). Dio aveva creato degli esseri, ma l’uomo ha dovuto annientarli. E allora che essi acquistarono senso per lui”.

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Pensiamo a quanto differisce la figurazione dalla parola: la prima é in grado di conglomerare in una totalità istantanea e visiva ciò che la seconda può soltanto esporre in modo sequenziale.
Accostare le leggi dell’ immagine a quelle del discorso stupisce e affascina, controvertirle è quasi impensabile: lo fa Sebastiano A. Patané-Ferro ne Il cappello a cilindro, poemetto ma non troppo in una realtà altra, nella surrealtà.
Tante parole che si convertono in immagini, quelle della dimensione onirica: secondo Freud il sogno è identico a un rebus, nel quale le immagini rinviano a parole quasi ne fossero derivazioni.
Leggiamo Il cappello a cilindro, chiudiamo gli occhi aprendo quelli della mente e sogniamo: ci ritroviamo imagenel mondo di Chagall, nei suoi dipinti pieni di contraddizioni e di contrari.

Così come Chagall dipingeva come “addormentato, in sogno“, una notte in cui brillano il sole e la luna, la vacca è un agnello, il maschile è anche femminile, la sposa è bifronte e gli amanti si separano restando uniti, gli occhi sono aperti e chiusi, ebraismo e cristianesimo si fondono, morti e vivi convivono in un’accoglienza illimitata dell’Essere e del Nulla… Sebastiano A. Patanè-Ferro dipinge parole. Ed ecco che da un cappello magico non escono più colombe
o coniglietti bianchi ma occhi senza pesi o vaneddi oscuru, occhi d’amore che spariscono dietro il sipario pronti a tornare per un’altra performance. image

Ci troviamo proiettati in una surrealtà in cui il significato della parola AMORE prende forma nella sua essenza e diventa quello tormentato di Jeanne e Modì ma anche quello simbiotico e totalizzante di Dalì e Gala.
Il cappello é appeso al chiodo, i dinosauri scomparsi, il sogno termina e… Diviene Poesia!

©”Il cappello a cilindro” image
by Sebastiano A. Patanè-Ferro
Catania 2015

Introduzione

Progetto grafico 

di Ilaria Giacobbi

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