IL MITO DIPINTO: IL PRIGIONIERO ATLANTIDEO.

Un’ opera di Mariarosaria Spina

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Il Prigioniero Atlantideo

Olio su telaimage

Misure: 50 x 50     

Autore: Mariarosaria Spina

Davanti a quella bocca che viene chiamata, come voi dite, Colonne di Eracle, c’era un’isola. Quest’isola poi era più grande della Lybia e dell’Asia messe insieme e coloro che ci arrivavano, allora, potevano passare da questa alle altre isole, e dalle isole al continente opposto che circonda quel vero mare”. (Platone)

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CRIZIA: “Allora: davanti a quella bocca che voi chiamate Colonne di Eracle, c’era un’isola. Chi ci arrivava poteva passare da quest’isola, alle altre isole e raggiungere il continente che tutto circonda…”.

L’Elenco della Vergogna fa impressione: i Migliori alla berlina! “Sbaglia Omero…”; “Si annebbia Esiodo…”; “Si confonde Erodoto…”; “Si perde Timeo…”. E Avieno, allora? Sbaglia addirittura mare, lui… Dice che descriverà il Mediterraneo e, invece, sta mettendo in bella copia antichi peripli sulla Costa atlantica e Mare del Nord… Smarrona di brutto persino Dicearco, uno dei Padri della Geografia… Figurarsi che lui sostiene che dal Peloponneso è più lontana la fine dell’Adriatico, che le Colonne d’Ercole… Dice che sono diecimila stadi da Capo Malea alle Colonne… Una follia! Errore blu! Già Polibio gli dava contro, correggendolo: “Ventiduemilacinquecento stadi!” ci vogliono, altro che diecimila! (…) Smith parlando dell’Atlantico scrive: “Quest’oceano era cognito soltanto per vaghe notizie. Platone reputò che fosse così melmoso a cagione di un’isola sprofondata che si chiama Atlantide, che nessuna nave potesse navigarlo. Aristotele credé che fosse tanto poco fondo quanto lo era molto il Mediterraneo, e così esposto a una morte calma che il navigarlo era impossibile”. E spiega sicuro: “In tutte queste relazioni e nella ignoranza che mostrarono i Greci, possiamo riconoscere l’influenza de’ Fenici, che furono intenti a preservare per sé medesimi il monopolio del traffico nell’Oceano, e a tale scopo sparsero le più esagerate notizie. Parecchie delle voci che essi sparsero pare abbiano lo stesso fondamento: la verità fu falsata e i pericoli ingigantiti. Così le opinioni di Platone e di Aristotele probabilmente alludevano al mar Sargasso nelle vicinanze delle Azòre”. Ignoranti anche Platone e Aristotele? O, piuttosto, satellitari (visto che, stando almeno a questa interpretazione di Smith che è ancora quella attuale, i due sarebbero addirittura a conoscenza del Mar Sargasso)? O invece, malintesi, con un Mar Atlantico per loro tutto diverso da quello che è per noi oggi? Un Mar Atlantico come quello che racconta Crizia, il Mar di Atlante al di là di quella bocca che i Greci chiamavano Colonne d’Ercole, dove c’era un’isola, e da quest’isola se ne raggiungevano altre, e da quelle la terra che tutto circonda, vero continente…

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Dunque, spostando idealmente le  Colonne d’Ercole (percorrendo l’ itinerario tracciato da Frau, seguendo la rotta che indicò Platone)  l’unica isola alla quale approdiamo è  proprio la Sardegna: Sardegna… Shardana.
La storia dell’ antichità si riscrive, il glorioso passato dell’ Isola torna ad essere oggetto di studio tra mille interrogativi e dubbi, si “scava”  per riportare alla luce quanto le acque hanno sommerso. Unica certezza: il popolo degli   Shardana scompare con uno “Schiaffo di Poseidone” come scrissero gli Antichi.

Mariarosaria Spina  racconta la storia della sua Terra con l’ alfabeto pittorico, con la valenza metafisica del colore e imprime su tela: sperimentiamo il senso che può avere il manifestarsi di “qualcosa” (in questo caso di “qualcuno”) nella prossimità spaziale.

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Il soggetto del dipinto è personaggio che sembra far parte di un sistema, se non ultraterreno, certo fortemente simbolico. Una specie di divinità che guida e conduce verso di noi il visibile, che guida e conduce verso di noi l’altro, il corpo dell’uomo, il suo volto. Svelandocelo letteralmente anche se in imprigionato dietro una gabbia.

Forse è un personaggio che fa più paura, una paura di ciò che a noi è sconosciuto, e dunque una paura quintessenziata ridotta all’osso. Alla portata di tutti gli occhi. Sostanziale. Un personaggio che viene da molto lontano e che sta  ancora imprigionato, un personaggio così non può che portare per prima cosa, sulla sua stessa faccia, la figura del terribile. Che sia questo il vero spirito Atlantideo!?
I miti, gli dèi, viaggiano con la disperazione. Ne sono antidoto: si fondono, si parlano, si combattono, si alleano, si accoppiano, figliano. Sangue misto mediterraneo… Sangue come le correnti del mare, che basta stare fermi in una barca buona e – a conoscerne i tempi come li conoscevano loro, gli Antichi – ti portano ovunque.

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In pittura ciò che è evocato è presente, è come se il nominare, il figurare, fosse definitivo addirittura irreparabile: Mariarosaria Spina evoca il volto dell’uomo Atlantideo, una testa staccata dal busto che riporta i tratti somatici di un uomo dei nostri giorni ma stilizzati rievocando, ancora una volta, le facies sarde.

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Lo spettatore è chiamato a guardare la figura dipinta, a guardarla nella sua accecante evidenza della sua superficie, con il suo carico di  enigmi provocatori e irrisolubili: una storia che è imprigionata dietro le sbarre. Molto spesso l’occhio normale è portato a vedere ombre, segreti e misteri là dove l’occhio dell’artista vede cose salde, verità manifeste ed evidenze. Nulla è scompaginato in questo dipinto, memoria come volontà, il ricordare come atto di volontà creatrice.

imageQuella di MariaRosaria Spina è una memoria che utilizza le rovine del passato come puro è semplice materiale da costruzione: si danno nel sogno, nel linguaggio del sogno, alterazioni e deformazioni, spostamenti e metafore, si usa il colore per portare alla luce quei misteri gelosamente custoditi, imprigionati nel mare.
La materia della pittura, in questo opera, sembra dar figura ad un processo di composizione, pittura in forma di pennellata con cui l’artista vuole mostrarsi, vuole mostrare la sua scrittura il suo stesso lavoro. Come se soltanto in quell’impronta di un gesto le fosse consentita un’autentica identificazione.
Mariarosaria Spina sceglie il viola in tutto, in tutte le sue cromie ma applica uno stacco netto con il bianco: e ancora una volta la figura emerge dalla tela ma il rame delle sbarre la blocca.

Il viola, derivato dalla mescolanza di rosso e di blu, rappresenta l’unione dell’amore e della sapienza di Dio. Come simbolo del sacrificio di Cristo sulla croce il viola simbolizza anche le note le nozze mistiche di N. S. con la chiesa. Certamente il viola come  la violetta, è legato al culto dei defunti. Secondo il mito greco, nel prato dove Ade rapì Persefone crescevano crocchi, rose, giacinti e violette; E nel DS Dio Laris le tombe dei romani venivano ornate con questi fiori. Il carattere funebre del viola e comunque attestato da quasi tutte le culture, dalla Cina di Israele, dove la metti sta era considerato il rimedio contro la tristezza. Tuttavia il viola a ben altre valenze simboliche. Già Goethe osserva che il viola il rosso non erano poi così lontani come lo spettro di Newton voleva farli apparire e che si erano collegati dal colore porpora simbolo di potenza e divinità. In realtà il viola come il verde, è un colore primario che però può anche essere creato con la combinazione del rosso e del blu. E poiché il rosso e colore maschile, mentre il blu azzurro è il colore femminile, Niccolò Cusano, per primo parlò di coincidenti a coincidentia oppositorum a proposito del viola. Il viola diventa dunque simbolo di seduzione (Efesto si incoronò di viole mammole per sedurre Afrodite), di erotismo raffinato, specialmente in Cina in Giappone e passionale.
Goethe e Kandinsky videro nel viola il colore dell’apocalisse, come palingenesi terminale di ogni eone.

Forse le figure sono ombre delle cose portate dalla luce del colore: qui sopravviene la pittura,  Luce colori e oscurità si manifestano compenetrandosi infinitamente in una luce assoluta così come in una verità che deve essere ancora svelata e che l’occhio umano non riesce a vedere.

Ilaria Giacobbi

Fonte Sergio Frau

LE COLONNE D’ERCOLE. UN’INCHIESTA
La prima Geografia.
Tutt’altra Storia

Il modello a cui si è ispirata Mariarosaria Spina è Alessio Di Camillo

Ph. 27, rue de Fleurus

Il dipinto è in vendita con trattativa privata, parte del ricavato sarà devoluto ad un progetto di restauro di un sito archeologico Sardo (info ilaria.giacobbi@27ruedefleurus.it)

One thought on “IL MITO DIPINTO: IL PRIGIONIERO ATLANTIDEO. Un’ opera di Mariarosaria Spina”

  1. Sono veramente entusiasta di quello che hai preparato l arte non e solo pittura ma storia e poesia brava veramente

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