“Natale di Roma”: la nascita di Roma tra storia e leggenda

 

“Romolo gettò le fondamenta delle mura nell’ undicesimo giorno delle calende di maggio, tra la prima e la seconda ora”

Tra mito e verità storica la leggenda della nascita di Roma recupera l’ identità e la fierezza delle origini della Città Eterna che oggi celebra 2773 anni: era il 21 Aprile del 753 a. C e secondo Varrone, basandosi su calcoli astronomici di Lucio Taruzio, Romolo fondò Roma dopo un acceso scontro fratricida.

Sappiamo come tutte le ricerche storiografiche e gli studi condotti sull’ antichità romana, hanno sempre preso come punto di partenza la “favola”, il mito e le leggende ma con una lettura obiettiva del fatto storico. Così come Tito Livio affermava, non sono fonti attendibili ma non si può nemmeno ignorare del tutto quanto siano parte integrante dell’ identità storica e culturale della città di Roma.

« Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo.1 Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato2 , i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette [più probabilmente il pomerium , il solco sacro] e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura.» In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore

 

 

 

Questa la leggenda che noi tutti conosciamo, la favola poetica della fondazione di una grande città che lo stesso Tito Livio abbellisce col mito pur restando fedele a precisi accadimenti storici: nell’ VIII sec. a.C. fu fondata una città da genti rozze e rustiche con un preciso rituale sacro, molto probabilmente in seguito ad un fratricidio ma che ben presto furono influenzati dalle vicine popolazioni più evolute ( Etruschi e Greci).
Anche se tutto questo oggi viene confermato da recenti scoperte archeologiche, sappiamo che la realtà si discosta dal mito, perché quest’ultimo rappresentava una sorta di operazione “politico-culturale”: ieri come oggi impensabile non attingere da queste fonti per una ricostruzione il più possibile veritiera del fatto storico, ma la razionalità ci consente di non abbandonarci del tutto alla favola.

Ci sono sicuramente delle corrispondenze tra dati storici e leggende:
quando si parla di nascita di Roma, si intende la costituzione di città come organismo politico ed impianto urbano, la storiografia la fa risalire al VI sec. a.C. anche se le recenti scoperte ci consentono di aggiungere ulteriori dettagli e modificare le date.

Sicuramente nemmeno Roma si è sottratta al rituale che precedeva la fondazione di una città:

“ (…) si scrutava il cielo da un’altura per avere una visuale libera di ciò che si estendeva sotto per cercare di interpretare la volontà degli dei; in un secondo momento si aggiogava ad un aratro una coppia di buoi che come in una processione religiosa, avanzavano tracciando i confini dl nuovo insediamento, entro il quale sarebbero state costruite case e mura di difesa”.

Sono state scoperte tre diverse mura della città, il più antico è il così detto “muro di Romolo” costruito intorno al 730-720 a.C., costruito in tufo alle spalle della basilica di Massenzio nei pressi del pendio del colle Palatino contrapposto alla Velia.
Qui scorreva un ruscello che rendeva più sicura la difesa della città e una palizzata che completava l’opera di fortificazione di Roma, può essere assimilata al famoso Pomerium.
Il termine POMERIO ( post murum = dopo il muro) sta ad indicare proprio la linea di demarcazione, il confine politico e militare ma anche un limite magico e sacro e si stabilì cosa era ammesso fare all’ interno e cosa vietato: non potevano essere seppelliti i morti all’ interno del pomerium per una migliore igiene urbana ma non è escluso che si fosse influenzati da una componente magico-superstiziosa, secondo cui i morti vanno tenuti lontani dai vivi.
Ciò che possiamo affermare con certezza è che nel corso dei secoli il Pomerium subì delle variazioni: in principio teneva fuori da Roma la zona dell’ Aventino e dell’ Esquilino ( quest’ultima parte della città adibita alla necropoli) fino ad Augusto, con Claudio fu allargato fino a far coincidere alle mura Aureliane la nuova cinta muraria.

Non sapremo mai se Roma è stata fondata per volontà di un “capo”, e sicuramente un “Romolo” ed un “Remo” non sono mai esistiti, ma si può affermare che vennero perpetrati dei rituali magico/religiosi, come i “Lupercali” e l’ osservazione del cielo per ricevere l’ ispirazione divina e consacrare agli deii la nascita di un nuovo insediamento.

Contrapponendo la storia alla leggenda.

I dati oggettivi ci consentono di datare, in modo più o meno preciso, a quando risalgono i primi insediamenti:
le prime tracce di vita umana nel territorio romano risalgono a circa 650.000 anni fa nella zona che oggi corrisponde a Monte Mario e via Cortina d’ Ampezzo, ma si sono scoperte altre tracce nei pressi di Torre in Pietra, Malagrotta e Castel di Guido.
Nel 1980, mentre si costruiva il collettore della rete fognaria di Casal de Pazzi nel quartiere di Rebibbia, sono emersi giacimenti archeologici di quasi 20.000 anni fa similare a quelli emersi dagli scavi di Piscina di torre Spaccata: tutti attestano l’ insediamento di popolazioni che vivevano per lo più di caccia
Ma nelle successive fasi preistoriche, a partire dal XVIII sec. a.C., si assiste ad un’ abbondano delle zone teatro dei primi insediamenti umani, verso la regione a sud del Tevere ( molto probabilmente per una questione climatica più favorevole ) e possiamo datare al XIV sec. a.C. i ritrovamenti archeologici che testimoniano forme di vita stabile in quella parte della città che oggi è il cuore di Roma.

Sicuramente il motivo principale della nascita e dello sviluppo di Roma è la sua collocazione geografica: la presenza del fiume Tevere a ridosso dell’ altura del Campidoglio consentiva di collegare Roma al resto delle popolazioni e di intensificare i commerci con le stesse, con il vantaggio della protezione delle “sentinelle” collocate in alto, sul colle; la sua posizione centrale permette alla città di essere il punto di raccordo tra il basso e l’ alto Lazio.
Le due vie principali, la Salara e la Campana, giungevano a Roma nei pressi del foro Boario, che già in passato fu passaggio obbligato per lo spostamento del bestiame e successivamente per l’ approvvigionamento del sale ( materia prima indispensabile per popolazioni che vivevano di pastorizia ed agricoltura); con l’ arrivo di insediamenti umani presso la riva sinistra del Tevere ed il conseguente sfruttamento della via fluviale si consacra ufficialmente il foro Boario come emporio della città che lentamente si sta edificando.

Sappiamo con certezza che nel foro Boario, ai piedi del colle Aventino, sono presenti le Salinae e che i primi materiali edilizi giungevano a Roma presso il foro proprio perché punto nevralgico delle attività economiche dei romani con le genti del Lazio: la navigazione sul Tevere consentiva lo scarico al foro Boario del travertino da Fiano e il tufo rosso di Grottarossa, sull’ Aniene navigavano con il travertino proveniente da Tivoli, e sul fiume dell’ Osa ( oggi quasi inesistente) il peperino delle cave di Castiglione.

Ma anche in questo caso il mito si fonde con la realtà perché è da alcune leggende che sappiamo che la zona fin dalle origini era stata destinata a scopi commerciali ed economici:

“Evandro in Latio regnante, Hercules, fortis Iovis filius, cum ageret ex Hiberia armentum victi Geryonis, venit forte in loca quae circum Tiberim sunt et ubertate pabuli attractus, ut ex longo itinere comites et pecora recrearet, ibi sedem constituit. Tum Latinorum agros cotidie furtis infestabat Cacus, Vulcanis filius, ingentis corporis et magnarum virium pastor, qui in antro montis Aventini domicilium habebat. Cacus, cum Hercules quiesceret, eius boves noctu subduxit et, ne vestigiis furtum deprehenderetur, caudis in antrum suum iuvencas pertraxit. Sed Hercules mugitu boum fraudem detexit et latronem in spelunca corripuit atque clava percussit. Caco occiso, Evander ipse Herculi magnos honores tribuit, quod tanto malo fines eius liberaverat, et illam aram, quae etiam nunc Maxima (Massima) appellatur, consecravit.”

“Regnando il re Evandro, Ercole rapì in Iberia la mandria di Gerione e con questa giunse in lazio. Qui, negli stessi luoghi vicino al Tevere costituì la sua dimora, per riprendere le forze con i suoi compagni dal lungo viaggio. In quel tempo il brigante Caco, figlio di Vulcano, uomo dal grandissimo corpo e di grande violenza, saccheggiava il Lazio: questo tormentava i campi dei latini e rapiva i loro armenti, (egli) aveva la sede nella caverna del monte Aventino e lì portava le sue prede. Vedendo la meravigliosa mandria di Ercole, di notte, mentre il padrone dormiva, portò via i suoi buoi e affinchè non fossero scoperte le tracce del furto, condusse con violenza per le code le giovenche nella sua caverna. Ercole, mentre errava per quei luoghi per cercare la mandria, sentì i loro muggiti e così riconobbe il furto del brigante. Allora giunse nella grotta e uccise con la sua clava il ladro. Così avendo Ercole liberato la regione del Lazio da tanto male, il re Evandro gli dedicò un monumento.”

Si attribuisce il nome di foro Boario proprio alla zona in cui Ercole fu derubato dei buoi, a questa versione della leggenda nel corso del tempo si sono andate sommando quelle dell’ Ercole Melqart, dell’ Ercole Italico e greco a testimonianza delle frequentazioni che i romani ebbero con i sabini e gli italici.

Da ciò si evince che leggenda e storia si completano: “Romolo” è un nome fittizio, simbolo sotto il quale far coincidere eventi accaduti in momenti differenti, re di una città nata per il volere divino composta da gente proveniente da luoghi diversi con usanze e cultura diverse. I ritrovamenti archeologici confermano, in modo meno favolistico, che ci furono nel corso del tempo spostamenti migratori di popolazioni, stanziamenti e fusioni ma da attribuirsi a motivazioni economiche e all’ ingegno dell’uomo … sicuramente non al volere divino.

<<Non intendo accettare né respingere le leggende correnti sull’ età anteriore alla fondazione di Roma oppure sulla stessa fondazione, perché sono favole poetiche piuttosto che testimonianze sicure sui fatti avvenuti. Concediamo volentieri agli antichi l’ usanza di rendere più nobili le origini della città mescolando i fatti degli uomini con quelli degli dei. E se mai un popolo ha avuto diritto a rendere sacre le proprie origini e a legarle alle divinità questo è il popolo romano>>. Tito Livio.

Testo critico a cura di Ilaria Giacobbi

Ph. Credits Noemi Passarelli

Video Cr. Miriam Modena

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