Ora pro Nobis. Mariarosaria Spina tra Metafisica e Surrealismo.

Il quadro nasce così: ha due percorsi, quello del tempo e quello della vita. Due percorsi che, cambiando direzione separano il bene e il male ma che allo stesso tempo sono uniti.
Due percorsi che hanno un punto di partenza (la vita) e un termine ( la morte).”

La struttura, in questo dipinto di Mariarosaria Spina, sembra darsi come asimmetria e come destrutturazione del tempo. Senza che noi ce ne rendiamo conto il nostro occhio e messo in allarme. Allertato.
C’è un sapere dell’occhio che viene prima di ogni altro nostro sapere. Compreso il sapere dello sguardo. Il dipinto è lì a dimostrarcelo.

Andiamo avanti a interpretare immaginando. Del resto, non è forse vero che ogni atto di interpretazione e anche un atto di immaginazione?
Questo quadro sembra congiunto indissolubilmente alla forma delle cose: l’ orologio, il tempo. Il tutto ci sembra fatto soltanto di pittura, il colore non sembra ricoprire simbolicamente il materiale ma sembra prendere consistenza fino a “farsi” orologio, con il peso del suo materiale. Una piccola transustanziazione…

Quando diciamo: qualcosa sta per succedere, è come se parlassimo specificamente di energia di pura energia. Forse in questo dipinto é in atto una specie di allegoria spoglia, ridotta al minimo: cosa rappresenta l’orologio spezzato? Cosa vuole indicare l’ora che sembra preannunciare perentoriamente un accadimento? Perché le lancette indicano le ore TRE?
TRE ovvero CIÒ CHE DI DIVINO È PERCEPIBILE E MANIFESTO.

Ora pro Nobis  30x90 Olio su Tela
Ora pro Nobis
30×90 Olio su Tela

Come capita poche volte davanti ad un dipinto, qui sperimentiamo il senso che può avere il manifestarsi di qualcosa in una prossimità spaziale e temporale, psichica, prepotentemente alla nostra percezione, alla nostra sensibilità. E insieme il senso che può avere l’essere, noi, tirati in ballo e attirati da qualcosa che ci si palesa con forza nella presenza. Mentre guardiamo Ora pro Nobis, sentiamo che il nostro desiderio e la nostra volontà di capire sono sollecitati, irresistibilmente convocati. Ma sentiamo anche agire, sullo sfondo e con forza, la volontà e il desiderio dell’ autrice, della sua pittura, il suo messaggio.

Ecco che lo spettatore sollecitato come da un richiamo si pone una domanda: come può il senso darsi, per intero ed esplicitamente, in una figura? E nella figura, oltretutto di un oggetto assolutamente comune, l’orologio, che indica le ore TRE?
Per forza di pittura.
Il dipinto davanti nostri occhi si ricompone. Chi guarda il dipinto qui non è spettatore e basta. Si sente parte integrante, anche lui, di un evento in tensione, di una emergenza, sente se stesso nell’atto di partecipare intimamente ad una specie di accadimento.
Attraverso il dipinto, attraverso la figura dell’orologio, è come se si sperimentasse qualcosa che si potrebbe chiamare una “mistica dell’immanenza”. Potremmo dire: è come se l’anima, o forse più semplicemente è come se il desiderio della autrice, in qualche modo usandone, avesse lasciato la sua impronta sulla forma del soggetto. Non si vede altro che un orario in questo dipinto.

Mariarosaria Spina sembra dirci: “il grande evento, l’evento capitale succede adesso, qui: HIC ET NUNC”. E, ancora, adesso, qui. E ancora. In ogni istante.
Distogliendo lo sguardo dal dipinto, la violenza di quella rivelazione non ci abbandona, uno stato di ansia, di angoscia, di pena pervade lo spettatore. La scelta dei colori di Mariarosaria Spina oscilla tra la melanconia e il suo contrario ma attinge sempre alla tavolozza della sua Sardegna: il dipinto non risulta essere cupo.
Un dipinto fuori dalla speranza ad un primo sguardo, ma la luce irradiata dal fondo color oro sembra quasi evanescente e trasportare, da una dimensione onirica al presente, un orologio le cui lancette ne squarciano prepotentemente l’ interno nero. Il colore del maligno è delimitato, ingabbiato dalla luce.

Ora pro Nobis - Dettaglio - 30x90 Olio su Tela
Ora pro Nobis – Dettaglio –
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L’artista arriva a mettere insieme il proprio alfabeto pittorico con la sua pennellata dura, sostanziosa e violenta alternata ad una più fluida e sinuosa con cui stende le varie sfumature di giallo. Dà corpo non ad un accumulo di frammenti di colore ma al fluire violento di una vera e propria energia figurale. Il punto d’arrivo del dipinto è il colore oro, sempre presente nei suoi ultimi quadri, che rende visibile una specie di accelerazione parossistica del moto delle particelle di pittura, sembra quasi preannunciare un evento, sembra quasi dirci che il mondo sia sul punto di esplodere, come in una vera e propria Apocalisse. Finale, stavolta. Una rivelazione, a questo punto, del tutto insopportabile. Davanti all’eccesso di questo messaggio potente, il soggetto, l’ “IO” della pittrice, dopo aver resistito fino a riuscire a portarne testimonianza, arriva a togliersi, ad escludersi.

La massa pittorica sembra trasformarsi senza residui in pura energia, la luce irradiata dall’ orologio, non si sa da dove venga. Fatto è che lo spazio entro il quale si dispone questo dipinto è uno spazio alterato, lavorato come da oscuri presagi. Nostalgie e presagi costruiti.
Per certi versi, nella figura rappresentata, Mariarosaria Spina assume i toni di un profeta impedito, balbuziente. Impetuoso. Furibondo. Lo spettatore fa fatica a distinguere tra l’ impeto profetico e la furia rabbiosa contro qualcosa che limita la pittura, che la ostacola: l’ orologio si spacca in due. Le due tele disposte in posizione asimmetrica, ma unite da cerniere collocate sulla parte posteriore, ora possono muoversi e trasmettere l’ incessante scorrere del tempo.

Ancora una volta Mariarosaria Spina attinge al Surrealismo e alla pittura Metafisica, riproponendo come soggetto un orologio indicante un orario ben preciso: prima di lei Dalì (La persistenza della memoria) e De Chirico (L’ enigma dell’ ora) per citarne qualcuno.
In Ora pro Nobis però è come se l’informe, il tempo, venisse ricondotto ad una forma. Quel vagabondare della mano della pittrice nella dimensione del dipinto, è come se avesse lasciato una traccia, non può non averla lasciata. Quale che sia il caso che l’ ha guidata facendola deviare, quale che sia il caso che le si è calato addosso di colpo, che di colpo le si è aperto davanti, l’immagine si concretizza. Sembra essere venuta alla nutrice nel corso del farsi di un testo. È un’immagine che appare ed agisce, che per sua natura sembra tendere a caricarsi di un valore simbolico sempre più ampio, più generale. Fuori del testo: nel mondo. Il caso non esiste, il destino si compie…
Nella pittura di Mariarosaria Spina ci troviamo davanti ad un esempio di automatismo pittorico, teorizzato dai surrealisti, che prevede un vero e proprio abbandono all’istinto espressivo. Si fa sentire, in questo automatismo, una profonda fiducia in qualche oscuro sapere naturale, la forza del tutto paradossale della coscienza dell’ inconscio.
In pittura ciò che è evocato è presente, come se l’ “essere” una volta messo piede nei confini di questa, una volta dato, anche minimamente, alla pittura, una volta nominato anche solo con un segno nel linguaggio pittorico, non potesse più essere tolto, mandato via, respinto. È come se il nominare, in pittura, il figurare fosse definitivo…… Addirittura irreparabile.
Mariarosaria Spina non dipinge memorie. È come se fosse la memoria a dipingere dentro di lei, é qualcosa che ha a che fare con ciò che noi comunemente chiamiamo un “atto automatico”.

Tutto è scompaginato in questo dipinto: è la memoria a essere scompaginata o è la memoria che scompagina? Memoria come volontà. Il ricordare come atto di volontà creatrice, si potrebbe dire. Una memoria che attinge alla dimensione di un antico passato come puro e semplice materiale da costruzione. Si danno nel sogno, nel linguaggio del sogno, le alterazioni e le deformazioni presenti nel dipinto. Quella del sogno è una figurazione scompaginata in rapporto alla nostra normale logica visiva. Condensazioni, metonimia, una cosa per un’altra, una parte per il tutto.

Nessuna mano dipinge la scena del sogno. È come se a dipingerla fosse l’occhio del sogno, lo stesso occhio che sta guardandola. In questo quadro, ogni cosa si fa davvero visibile soltanto nel momento in cui appare e si mostra sulla sua superficie. È come se il modello di realtà a cui Mariarosaria Spina guarda, ma senza alzare gli occhi dal dipinto, non fosse una figura del reale definita dalla sua consistenza e da certe dimensioni, ma tutto uno sciame in movimento di fatti, di ricordi, di pensieri, di sentimenti, di stadi d’ animo… Più qualche oscuro presagio, probabilmente. Un dipinto composto da due tele che sembrano essere tenute insieme da qualche forza che le attragga, ancora, verso il centro.
L’ artista mostra, puramente e semplicemente, la figura inequivocabile di un mondo che non sta insieme, usando la metafora delle due tele come se vedesse cose salde, verità manifeste, scambi , corrispondenze, incroci, innesti, contaminazioni, influssi, risonanze, assonanze, ricordi, rimozioni, adesioni, incubi e sogni in una inquietante mescolanza di visibile conosciuto e di visibile ignoto.

Ilaria Giacobbi 

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